Excerpt for Eleonora - Il Tradimento di Eleanor LeJune by , available in its entirety at Smashwords

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Eleonora – Il Tradimento

di

Eleanor LeJune

Edizione 2016

Copyright


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Prima Edizione in eBook anno 2018 - Self-Publishing


eBook di Cinema


Hunger Games: Giochi di Morte

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Interstellar: Avventure nello Spazio Profondo - Gratuito

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1932 Horror Films: The Complete Film Reference - (Versione Cartacea) in Inglese

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A Nightmare on Elm Street - Web Reference Book di Adelaide Byrne

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Le Impudiche Vampire di Jean Rollin di Amodio Tortora

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80's: The Gold Decade of The Horror Movies di Matteo Tortora

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Anni 80: Il Decennio d'Oro del Cinema dell’Orrore di Matteo Tortora

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Mircalla, L'Amante Immortale di Schriftsteller Verschiedene

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5 Film a caso dell'8 agosto di Paul Silvani

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5 bambole per la luna d’agosto – Saggio di Paul Silvani

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La morte accarezza a mezzanotte – Saggio di Paul Silvani

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Nuda per Satana di Paul Silvani (gratuito)

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Senza sapere niente di lei di Paul Silvani

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Il dolce corpo di Deborah di Paul Silvani

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La Morte cammina con i tacchi alti di Paul Silvani

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Sette Note in Nero di Paul Silvani

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Amore a prima vista – Saggio sul cinema d’amore – Autori vari

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La bestia uccide a sangue freddo di Paul Silvani

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Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave di Paul Silvani

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Harry Potter e la pietra filosofale – Il Film del Giorno 22 ottobre 2016

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Televisione – Serie Televisive

Il Trono di Spade e il suo Universo

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La Spada della Verità: I Romanzi e La Serie Televisiva – Saggio

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Ultimo eBook pubblicato

Sherlock Holmes e L’Antro di Lilith di Laura Cremonini

Un giorno, inaspettatamente, Sherlock Holmes riceve una lettera di una sua vecchia compagna di scuola, Juliette Récamier Fox.

“Aperta la lettera Sherlock Holmes fu sommerso dai ricordi. Era firmata Juliette Récamier Fox ... e i primi due nomi avevano dato una tale sferzata alla sua memoria che rimase a lungo immobile mentre i suoi pensieri galoppavano indietro di tre anni per raggiungere la loro meta a Firenze.

Una lettera dopo tre anni che non si erano più visti, né sentiti. Una lettera che faceva riaffiorare la folle estate in cui insieme ad Arthur avevano corteggiato la stessa donna: Juliette. Una folle estate in cui avevano portato a termine un viaggio di trecento chilometri per le strade dello Stato Unitario Italiano, compiuto in bicicletta. Un viaggio che aveva fatto sbocciare teneri sentimenti e forti passioni nel cuore di tutti e tre durante il percorso.”

Il giovane Sherlock Holmes si chiede perché la sua amica che è stata anche una sua amante lo abbia invitato per un banale fine settimana. Che potrà volere da lui? Piacevolmente determinato a rivedere la donna che ha amato si reca a Porlock nella contea inglese del Somerset diventando un ospite della villa L’Antro di Lilith.

E qui quasi subito viene commesso un delitto. Viene assassinato il padrone di casa, il marito della sua amica Juliette.

Se pensiamo che Sherlock Holmes inizia ad indagare ci sbagliamo di grosso. In questa avventura classica, da poliziesco della stanza chiusa, liberamente ispirata al romanzo Chiunque, eccetto Anne di Carolyn Wells, il nostro giovane investigatore fa da spettatore (in quanto egli “sentiva di essere coinvolto sentimentalmente e l’amore per Juliette gli toglieva la sua normale concentrazione, le sue facoltà di logica e di deduzione”), seguendo prima le mosse di un suo collega, l’investigatore privato Bradbury, e poi quelle del poliziotto di Scotland Yard Howard Vincent.

È una storia gialla cruda, violenta, inaspettata soffusa di erotismo, in cui per la prima volta scopriamo una sua famosa frase:

“— Signor Vincent, sapete già come ha fatto l'assassino a entrare e uscire?

— No, non ne ho la più lontana idea, ma dal momento che colui che vi è riuscito è un essere umano, presumo che un altro essere umano possa scoprire come ha fatto. Una volta eliminato l'impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità.

Indice






Introduzione




La storia di uno strano tradimento. Un tradimento pere amore. Racconto breve. Segue la presentazione analitica di quelli che sono, a nostro umile avviso, i più bei romanzi erotici (Cover, Trama e un Capitolo).

eBook ampiamente illustrato.






Protagonisti della Storia




Eleanor

Claudio, suo marito

Lucia Falasca, amica di Eleonora

Laura Bresciani, amica di Claudio

Caserbi, un ricco industriale



















Luoghi in cui si svolge l’azione




Eleonora – Il Tradimento




Eleonora gli aveva domandato come sopra pensiero:

Questo vestito ti piace? Lo ritieni troppo audace?

Era seduto di fronte a lei, già pronto per uscire. E benchè avesse l'aria di pensare a tutt'altro, in realtà assaporava lentamente la gioia di vedere quella creatura che amava, quella donna che era sua, andare su e giù per la camera, dall'armadio allo specchio, prima nuda con quei suoi seni svettanti, le natiche tonde, i fianchi flessuosi e quel vello nero, perfettamente disegnato su un dolce ventre di fanciulla, e poi in quella sua veste nera che la fasciava così stretta tanto da rivelare le sue forme conturbanti.

E sotto non indossava ne il reggiseno ne le mutandine, e, nonostante quella evidente impudicizia, quando camminava, disegnando con l'impeto del suo giovane corpo un'onda oscura che le contrastava il passo, su quella fluente tenebra scendeva un’aria virginale dominata da un puro candore improvviso.

Andava su e giù per la camera, anche lei pronta per uscire oramai, ma per quell'ultimo dettaglio del suo abbigliamento non le bastava lo specchio, voleva un consiglio da suo marito.

Questi le rispose dopo un silenzio e percorrendo tutto il suo corpo con un fremito di desiderio:

No, ti sta benissimo.

Ma dentro di lui si poneva nuove domande. Perché improvvisamente sua moglie, generalmente così schiva e pudica, si vestiva in modo tanto imprudente?

Eleonora non sospettava neppure il pensiero che lo agitava, ma, inconsciamente, intuiva di aver piantato in lui il seme del sospetto. Ella stessa si chiese del perché si fosse vestita in quella maniera, ma, incosciamente conosceva la risposta.

Si guardò allo specchio. In pratica, era come se fosse nuda. Arrossì. Certamente i loro amici si sarebbero sorpresi della sua trasformazione e — chissà, per un'occhiata che avrebbe colto di sfuggita e che sarebbe sembrata furtiva o per una frase che non sarebbe giunta intera al suo orecchio — avrebbero avvelenato anche quelle ore di svago di suo marito, con quella sua gelosia improvvisa e assurda, di cui si esaltava e si tormentava insieme al suo irrequieto amore.

Gli disse, passandondogli davanti:

Si va, allora? Se no, arriveremo a mezzanotte dai Falasca.

Ma lui la prese per la vita e l’attirò a se, poi, con mano esperta, le cercò sotto l’ascella l’invisibile allacciatura e le fece scivolare il vestito ai piedi. Inutili furono le proteste della moglie. Lui la spinse contro il muro, le allargò le gambe, si denudò il sesso e con una spinta decisa la penetrò.

Ancora una volta si meravigliò del dolce umidore della vulva. Era bastato quel gesto audace e subito Eleonora si era inumidita oltre ogni dire, dimostrando così anche il suo desiderio. Il poco tempo a loro disposizione acuì la smania che proruppe ben presto in gemiti di piacere sino all’esplosione finale.

Mentre si rimetteva in ordine, Claudio potè ammirare un denso rivolo di sperma scivolare sull’interno della coscia destra della moglie e ridendo le consigliò di arginare le perdite.

Eleonora, dopo essersi rimessa in ordine, mentre usciva disse alla cameriera che li salutava:

Per carità, Anna, bada a Giorgio: che non abbia a svegliarsi e nessuno gli risponda, se chiama.

Anna rassicurò la padrona.

Claudio pensò: No! Non può essere che ella abbia pensato a qualcuno che incontrerà. Eleonora è soprattutto una madre e sono io che la costringo ad uscire, anche questa sera. Se fosse stato per lei, al posto di Anna sarebbe rimasta volentieri lei. Sono io che voglio tutto questo, e, con sottili ironie e paradossali propositi, mi affanno senza posa a risvegliare in lei la giovane donna nella piena luce della sua singolare femminilità. Cosa voglio non lo so. Ma c’è qualcosa che cerco in lei, qualcosa che vada oltre la normale routine quotidiana.

Si avviarono. Era innegabile: lui amava il fruscio della sua veste che intravedeva sotto il mantello, e si inorgogliva al pensiero che quando sarebbero entrati nella casa dei loro amici, l'apparizione di Eleonora avrebbe spento per un attimo il vociare della grande sala illuminata e, mentre ella avrebbe avanzato come su un morbido velluto per quel solco di silenzio improvviso, molti occhi si sarebbero rivolti verso di lei, ammirando il suo corpo flessuoso, le sue nudità velate.

E appena sono entrati, la pausa che si aspettava c’è stata, nel gran vociare confuso della sala, ma la padrona di casa, la quale si era alzata a quel silenzio come a un preciso richiamo, lo aveva subito riempito del suo saluto squillante che, salendo verso di loro e ricadendo immediatamente, sospese e ridonò, come una bacchetta, il tono e l'avvio all'orchestra in sordina delle voci:

Finalmente! Si riesce qualche volta a sradicarvi da casa vostra! Ci voleva proprio la fama della Yuriewska. Ma come sei affascinante questa sera, Eleonora.

E rivolta al crocchio più vicino, dove l’industriale Caserbi raccontava le polemiche che la recente politica industriale del nuovo governo aveva creato, disse:

Dopo sette anni di matrimonio fanno ancora gli innamorati questi due. E ditemi, non è di una bellezza incomparabile?

Eleonora cercò di nascondersi dietro un sorriso senza espressione; ma Lucia Falasca non le lasciò neppure il tempo di arrossire ne di rifugiarsi col suo turbamento quasi fanciullesco in quel subito aspetto di indifferenza che aveva invece il marito, perchè ella conosceva a puntino i doveri dell'ospite compiuta, e risolveva quel fugace attimo di disagio con la gioconda frivolità d'un suo monito mondano:

Ma qui basta, ragazzi miei! Basta con gli idilli tra marito e moglie! È troppo vieux jeu... Lei, Caserbi, che desiderava conoscere Eleonora, ne approfitti. Guardi com’è bella. L’accompagni nella sala rossa questa bella signora e le illustri, da par suo, le due statuine che mi ha regalato per la mia festa e lei, Claudio, resti qui con noi: c'è qualcuno qui che le vuole un gran bene e per quattro chiacchiere con lei rinunzierebbe, scommetto, anche alle danze della russa.

Gli occhi di Laura Bresciani si erano accesi al tocco di questa allusione; ma donna Lucia ebbe fretta di concludere e di cogliere il consenso al suo gesto, proprio nel gruppo dal quale Caserbi si era già staccato per accompagnare Eleonora di là:

Non è forse il compito di una saggia padrona di casa dividere gli sposi incorreggibili?

Vi era stato sulla bocca di tutti — così provvisorio e di maniera da non colorire menomamente l'espressione dei volti — quel consenso che s'aspettava, e donna Lucia lo aveva raccolto come il corrispettivo dovuto dalla sorridente frivolità di questa breve folla al suo prodigarsi instancabile di padrona di casa la quale aveva una parola per ogni suo ospite, ma tutte stagnanti a un livello di cordialità così uniforme che da nessuna l'anima di lei traspariva più che dall'altra. L’aveva raccolto raccolto ed era fuggita via perchè l'equa ripartizione di quella cordialità e di quel suo prodigarsi esigeva ormai la sua presenza in un altro posto della casa, fra altri gruppi di ospiti.

Laura Bresciani intanto si era seduta accanto a Claudio. Ma perchè questa creatura, ricca di una così fresca grazia femminile e che da quando era padrona di sè girava ogni anno mezza Europa, sostando solo per qualche mese nella loro città, ogni volta che lo rivedeva, non sapeva resistere alla tentazione di versargli nelle mani il frutto delle sue più recenti avventure amorose e sentiva il bisogno di avere la sua approvazione.

- Claudio, - diceva, - manchi solo tu alla mia collezione. Possibile che non riesca a strapparti ad Eleonora anche solo per pochi minuti.

E gli si era chinata davanti in modo che attraverso l’ampio scollo del suo vestito potesse ammirare il nudo dei suoi seni.

Non così frivola da ubbidire soltanto a un istinto di vanità, ella credeva forse di aiutarlo in questo modo a passare le sue inconsuete ore mondane, di rendergli interessante e piacevole l'ospitalità offertagli dalla sua intima amica.

E non sapeva che gli sarebbe stata assai più cara se semplicemente lo avesse lasciato respirare in silenzio quel profumo di donna bionda che si sprigionava dalle sue spalle e dai suoi capelli, seguire furtivamente con lo sguardo la declinazione del suo seno che l'orlo dell'abito copriva e scopriva continuamente secondo il ritmo del respiro, come una mano insieme pudica e tentatrice, e soprattutto lasciare il suo spirito dissetarsi a quell'aura di lontananza e di sogno di cui la circondava la sua fama di inquieta mangiatrice di uomini.

Qualche nome di città straniera pronunciato dalla sua voce. Il racconto di un viaggio che pareva interminabile, perchè già la notte era succeduta al giorno e c'era molto ancora prima di arrivare. L'accenno a una sosta imprevista, suggerita imperiosamente dalla novità del paesaggio o soltanto dalla vaghezza del nome d'un borgo, ed ecco ridestarsi una vampa, sopita, ma non spenta mai nel suo sangue di nostalgico, e ancora una volta rintronare ai suoi orecchi l'indimenticabile traballante musica dei primi lunghi viaggi in ferrovia che aveva fatto da ragazzo. Le innumerevoli avventure che aveva avuto con ragazze sconosciute che, per una notte, lo avevano fatto sognare.

Che doni di nostalgia, che tesori di sogno potrebbero scaturire dalle parole di questa deliziosa vagabonda, se ella si abbandonasse alla sincerità del suo temperamento! Se parlasse d’amore, anziché di sesso. Se parlasse di sogni, anziché di squallidi amplessi.

Laura Bresciani sembrò leggergli nel pensiero, perché castamente posò le sue labbra su quelle di lui. Un bacio leggero ma che gli bruciò le labbra. Avrebbe voluto stringerla tra le braccia, affondare le sue mani in quel seno morbido e libero da impacci, respirare il profumo delicato di quella pelle, ma qualcosa lo trattenne.

No: il suo pensiero non era per Laura Bresciani, quella sera. Avrebbe potuto tutt'al più restarsene lì dove l’avevano costretto, se la vicina l'avesse trattenuto nel cerchio luminoso della sua bionda bellezza o comunque avesse ribadita l'immagine che suscitava sempre alla sua fantasia col suo solo apparire: non due seni nudi, ma due occhi ancora fanciulleschi da quanto erano chiari, perduti a seguire la strada bianca che fuggiva via di qua e di là dal treno. Sogni di viaggi fantastici, di amori impossibili.

0 forse non sarebbe bastato neppure questo, perchè, in verità, da quando Eleonora era scomparsa a fianco di Caserbi, lo sguardo era costantemente fisso a quella soglia e da allora il suo pensiero era rimasto come avvinto all'ultimo gesto di lei che aveva intravisto e con cui ella, rivolta all’industriale, accompagnava le prime parole che gli diceva, non giunte fino al suo orecchio. E lo sguardo di lui sul seno di lei, che la trasparente veste rivelava più che fosse nudo.

Eppure non aveva saputo soffocare dentro di se un istintivo moto d'orgoglio quando, dopo l'elogio di donna Lucia, aveva veduto Elena allontanarsi a fianco dell'uomo, il più noto che c’era quella sera la dentro, e aveva riconosciuto Laura Bresciani nella persona ansiosa di trattenersi con lui, additatagli dalla padrona di casa.

Ma subito dopo quell'improvvisa vampata d'orgoglio e col prolungarsi dell'assenza di Elena, ecco l'invincibile freddo disagio per cui già rispondeva a malavoglia a chi gli parlava, quasi non si fosse accorto più della fascinosa bellezza della sua vicina.

Le labbra della donna si posarono nuovamente su quelle di lui, quando nella sala si fece subito silenzio, e qualcuno abbassò il tono della luce, così che dove prima era, tutta in giro, una accesa luminosità di gote e di sguardi infiammati dall'eccitazione del convegno, dell'ora e del vociare confuso, non c’era, adesso, che uno sparso pallore di volti silenziosi protesi verso un solo punto chiaro, là in fondo, dove apparve, in un leggero groviglio di veli che vestiva un alito, un impeto di volo, più che un corpo di donna, la famosa danzatrice che già disegnava il suo primo volo; così aerea che sembrava tramare l'intrico complicato con i fili di luce che piovevano intorno a lei.

Fu così che, quasi per rabbia, rispose al bacio di Laura Bresciani, che, audace e esultante per aver finalmente espugnato la sua volontà, si affrettò a sbottonargli la patta dei pantaloni e ad estrarre il fallo che già dava segni di erezione.

Ormai era troppo tardi per ritirarsi. Il desiderio, le labbra della donna, la sua mano che gli accarezzava i testicoli con dolcezza e delicatezza, tutto contribuì allo svilupparsi di un desiderio inarrestabile.

La donna nell’avviluppare il pene tra le sue labbra ne colse l’odore di sperma ed ebbe così la certezza che egli avesse già goduto da non molto tempo. Ridendo glielo comunicò dicendo:

- Non sono gelosa. Ma mi auguro che tu non sia avaro di liquore.

Poi, si applicò ad una sapiente suzione, guidando la mano dell’uomo, sotto la sua gonna, alla ricerca del clitoride. Quando lo sperma esplose, anche lei si lasciò andare ad un muto grido di piacere.

Quando si riaccesero le luci, erano perfettamente in ordine.

Eleonora era riapparsa solo adesso tra i tendaggi della porta e lui vi colse ancora una volta il gesto con cui ella porgeva a Caserbi le ultime parole del loro colloquio che non giunsero — neppure queste — ai suoi orecchi.

Ella gli andò incontro, il volto acceso, leggermente madido di sudore, staccandosi dall'altro, ma lo sguardo che ella posava fugacemente sopra di lui non era certo più intenso e più espressivo di quelli che ella rivolgeva ai molti i quali l'avevano veduta sopraggiungere e le sorridevano, non nascondendo una aperta ammirazione al suo corpo svelato: forse Eleonora da una parte voleva nascondere il suo disagio per tutte quelle occhiate e forse, ripensando le parole della padrona di casa, temeva l'ironia che suscita di solito in un salotto mondano l'ostentata tenerezza di una moglie verso il marito.

Almeno lui interpretava così quella sua occhiata troppo fugace e quel suo atteggiamento di austera indifferenza subito riassunto e, poiché sentiva che non riusciva a dominare più a lungo l'oscuro disagio che era riuscito a nascondere sino allora, mormorò agli orecchi di lei, appena le fu così vicino che nessuno potesse udirlo:

Non t'allontanare. Ce ne andiamo fra poco. Sono stanco già...

E poiché qualcuno gli si era avvicinato e aveva commentato la quasi miracolosa levità del corpo della danzatrice, trovo anche lui, ipocritamente, qualche aggettivo effimero e iperbolico per mescolarsi all'ammirazione banale del sopraggiunto.

Ma Eleonora gli aveva già risposto sottovoce e con molta dolcezza:

Sì, Claudio. Andiamo appena vuoi tu. Aspetto un cenno da te.

Non le aveva detto nulla che potesse turbarla, ma Eleonora aveva letto nei suoi occhi il pensiero sospettoso e questo era bastato perchè ella si sentisse ancora una volta allontanata da lui.

Se ne era accorta dal tono eccessivamente vivace, con cui aveva salutato Lucia Falasca e Caserbi che li avevano accompagnati fino sulla porta, e nel quale sembrava volesse soffocare la banalità delle ragioni che lui gli andava inventando per giustificare il loro così breve indugio nella casa dell'ospite.

Lui si era accorto del disagio della moglie quando, saliti in macchina, aveva visto Eleonora rannicchiarsi dalla sua parte e spiare in silenzio dal vetro le facciate delle case investite furiosamente dalla pioggia e il livido balenare improvviso delle pozzanghere sotto le lampade.

Aveva cercato di baciarla, ma lei era sfuggita al suo bacio, ma non tanto rapidamente di impedirgli di cogliere sulle sue fresche labbra l’odore del seme maschile. Stava per interrogarla, quando pensò a quello che lui aveva fatto. Tacque.

Ma, se nel breve tragitto, quell'atteggiamento di chiuso riserbo, che Eleonora assunse quando si credette offesa da una parola o da un suo pensiero soltanto, gli spense più di una volta sulle labbra una domanda sufficiente ad abbattere quella parete di silenzio che lo separava dalla sua donna e a sprigionare quelle parole, forse crudeli, che già si agitavano — e lo sentivano tutti e due — come cose vive nella loro reciproca indifferenza, e non resistendo più, quando lui si trovò faccia a faccia con lei nel silenzio della loro camera, chiese:

Che t'ha detto Caserbi in più di mezz'ora che siete rimasti insieme?

Eleonora impallidì guardandolo nel viso e il solito turbamento irritato che una domanda come questa suscitava sempre nel volto di lei cedette subito il posto ad una espressione di pietà per la sua sofferenza che ella già sentiva.

Avrebbe voluto confessargli la verità. Si era concessa all’industraile per far ottenere a suo marito delle commesse che avrebbero risollevato la sua attività. E, doveva ammetterlo, non era stato un gran sacrificio. L’uomo non solo era bello, ma si era mostrato tenero e pieno di attenzioni.

Ed anche se aveva fatto di tutto per trattenere un orgasmo che sentiva come un tradimento più importante dello stesso atto fisico, non era riuscita a trattenerlo. Era esplosa, più volte, tre per l’esattezza nell’arco di mezz’ora. Quell’uomo aveva acceso i suoi sensi, aveva placato la sua sensualità. Eppure non l’amava, non desiderava rivederlo. Non rappresentava niente per lei. Lei amava solo suo marito.

Gli accarezzò una guancia, ma codesta tenerezza compassionevole faceva più male a Claudio della fredda ripulsa con cui Eleonora di solito si difendeva dai suoi sospetti insidiosi. Si voleva dominare, ma c'era una volontà più forte della sua che lo spingeva, e sentiva che anche questa volta gli era necessario vivere il suo oscuro spasimo fino in fondo e che neppure la più luminosa certezza, la realtà toccata con gli occhi dell'anima varrebbero a distruggerlo, perchè la sua inquietudine saprebbe sempre trovargli un nuovo alimento nell'interpretazione di un silenzio o nelle pieghe stesse delle parole:

Non rispondi, eh? C'è dunque qualche cosa che io non devo sapere. Già, Caserbi aveva un sorriso di soddisfazione insolente quando è ricomparso al tuo fianco sulla porta della sala grande...

Ma no, Claudio, non ricominciare a tormentarti al solito modo: senza ragione... Delle cose più banali, s'è parlato... M'ha raccontato dei suoi successi a Parigi, mi ha mostrato le statuine che ha regalato a donna Lucia; e nient'altro, nient'altro! Ma poi, Claudio, come non t'accorgi che questo tuo sospetto offende me soprattutto e che sei tu a mettermi nelle condizioni di non poterti neppure rispondere? E sì che mi conosci e sai che non sono certo io a voler andare in giro, la sera! Sai che resterei tanto volentieri qui, sola! Vuoi che non andiamo più da nessuno: vuoi? Lasciami con Giorgio qui! Va tu dove ti pare...

Eccola, la piega delle parole dove il suo spasimo trovava di che nutrirsi: in fondo, codesto proposito, di lasciarsi liberamente andare dove gli piaceva senza di lei, dimostrava che Eleonora non era più così gelosa di lui come nei primi tempi della loro vita comune, quando per nulla al mondo ella avrebbe pronunciato una frase come questa.

Sai che cosa vuol dire tutto ciò? Che tu non mi vuoi più il bene di un volta. Amore è gelosia, se è amore vero. Amore è paura: d'ogni attimo, di sempre...

Questo vedi, è cattivo da parte tua: tu non puoi credere a quello che dici, Claudio! L'anima mia, la conosci troppo bene, tu...

Ma Eleonora aveva anche pensato che, data l'ora tarda e la loro stanchezza, un subito sonno avrebbe forse soffocato tutte quelle vane parole angosciose e perciò, appena entrata nella stanza, aveva affrettato la sua toeletta notturna, si era lavata accuratamente i denti a nascondere l’odore acre di quell’uomo che dopo averla posseduta nella vagina aveva voluto riversare il suo seme sulla sua lingua.

L'anima mia, la conosci troppo bene... — ripetè, già distesa accanto a lui e lo prese per mano, e la strinse fra le sue come a confermare l’amorevolezza del rimprovero e mitigare così l'asprezza di quel cattivo che le era uscito di bocca.

Il marito si ribellò all'improvvisa tenerezza di Eleonora, che un poco lo umiliava perchè gli pareva riducesse alle proporzioni di un capriccio fanciullesco quello suo spasimo misterioso e ritrasse la sua mano dalla mano di lei, indispettito.

Era ingiusto quello che faceva, lo sapeva; ma c'era qualche cosa dentro di lui che voleva che colpisse ancora più profondamente quella creatura che amava, qualche cosa che gli intorbidiva il sangue da tempo infinito; era come avvinto nelle strettoie di parole e di gesti necessari, dai quali la tenerezza di Eleonora si illudeva invano di scioglierlo: ma chi riuscirebbe a tanto, se quel veleno che gli correva nelle vene gli era stato messo da prima della vita, forse, e chissà quale lontano martirio era fatale che rifluisse nei gesti che compieva e nelle parole che diceva?

Sai? Me ne accorgo..Da mille segni me ne accorgo: e sì che basta un niente per me....

Avrebbe voluto dirle dell’odore pervenutogli dalle sue labbra, ma si trattenne. Se confessione doveva esserci, che questa fosse spontanea.

Allora Eleonora insorse:

La sciocca sono io che ti sto a sentire, che mi lascio insultare a questo modo: la colpa è tutta mia perchè ho permesso che si arrivasse a pazzie come queste! Parli, parli e non senti neppure come offendano le parole che dici.

Poi, con una voce di nuovo sua, dove la subita ira s'era già spenta e aveva ceduto il posto a una preghiera quasi lacrimosa:

Per carità, Claudio: non ci tormentiamo più a lungo, stasera. È tardi, addormentiamoci in pace.

E ella si raccolse, pronta ad assopirsi, ma non era possibile che lui la lasciasse trionfante d'essere stata l'ultima a parlare? E come non s'accorgeva ella che ciò che più lo faceva soffrire adesso era proprio questo suo sottrarsi allo sfogo inevitabile del suo tormento?

Voleva sapere. Voleva sapere tutto. Come era stata posseduta, se aveva goduto di più di quanto godesse con lui. Se amava quell’uomo. Se era la prima volta o ce ne erano state altre. Se in passato aveva avuto altri uomini.

La sua voce era, ora, esasperata come da un'ira repressa :

Pazzie, le chiami? Ecco la prova più sicura della verità di quello che ho detto: tu non intendi più neppure quanto dolore e, sì, quanto amore sia in tutto questo; e lo credi lo sfogo d'un pazzo! Mi capivi meglio in altri tempi! Se uno di noi due è mutato, sei tu, certo: non io!

Stt... Claudio! Svegli Giorgio, così... Si sente tutto di là... E spegni la luce, ti prego: anche la luce trapela e può destarlo.

Eleonora sapeva l'efficacia di questa risorsa: spense la luce da se e si ritrasse tutta in quel canto del letto dove ella dormiva abitualmente, senza dire più nulla. Lui continuò a seguire in silenzio lo scrosciare della pioggia sui vetri e fantasticò dietro quello strepito e il fragore delle rare vetture che passavano nella via.

Anche qualche voce umana giunse fin lassù e gli sembrò portare tutto il desolato squallore della strada deserta fra le pareti della stanza: come una vela troppo vasta, gonfia di notte, che le pareti non riuscivano a contenere. Ma intorno a ciascuna di quelle voci vi era insieme un misterioso senso di sconfinamento che lo turbava e una vaga blandizie trasognata che lo acquietava.

Quanto tempo rimase a fantasticare così? Quante volte ripetè tra se e se le battute del recente dialogo angoscioso, come a riconsiderarle una per una (sorprendendosi talora a sostituire una risposta più vivace a quella che già gli sembrava appassita) e aveva passato in rassegna tutte le varie fasi della serata, da quando erano usciti di casa; e quante volte infine aveva scacciato da lui il volto sorridente di Caserbi che s'affacciava tratto tratto fra le pieghe dell'ombra e pareva spiarlo?

Anche la biondezza tutta luce di Laura Bresciani affiorava di quando in quando a questa sua veglia affannosa e ogni volta era come un subito barbaglio davanti agli occhi, ma il suo pensiero e la sua volontà non erano altrettanto solleciti a scacciarla lontano.

Dove stava la differenza tra lui ed Eleonora. Quella sera avevano commesso lo stesso peccato, ma era poi un peccato soddisfare le voglie del corpo senza concedere l’anima?

Eleonora non aveva detto più nulla e non si era mossa neppure, ma neanche lei era riuscita ad addormentarsi finora. Pensava al suo incontro con Caserbi. Perché gli aveva ceduto? Era proprio necessario aver compiuto quell’atto o sarebbe bastato chiedergli di aiutare il marito.

No, il suo orgoglio non l’avrebbe permesso. Aveva pagato per ciò che aveva chiesto e del giudizio dell’uomo per il suo atto non se ne preoccupava minimamente. Lo sguardo bramoso dell’uomo sulle sue nudità, l’ammirazione che le aveva mostravo, la voglia di trasgredire che l’aveva invasa, l’esaltazione che l’aveva colta al pensiero di violare, per una volta, le rigide regole che le imponeva suo marito, tutto aveva fiaccato la sua volontà e quando le mani di Caserbi si erano posate sul suo seno, senza dire una parola, aveva lasciato fare.

Di una cosa si era meravigliata. Aveva sempre pensato che il desiderio fisico fosse associato ad un innamoramento, ebbene, quella sera, aveva scoperto che non era così. La verga dell’uomo, lunga, dura, possente, l’aveva colmata all’inverosimile e l’idea di essere sbattuta senza sentimento, quasi fosse una sgualdrina, aveva accresciuto il suo desiderio, ancor di più di quando la possedeva suo marito. Ben tre volte aveva gioito prima che l’uomo eiaculasse sulla sua lingua.

Lui aveva voluto essere baciato con la bocca di lei impastata del suo seme. Era stato un bacio osceno, ma di una intensità che non aveva mai provato. Aveva goduto senza toccarsi e senza essere toccata. Il piacere le era scoppiato nel cervello in modo lacerante, tanto che, per un attimo, aveva perso i sensi.

Sulle sue guance erano colate calde lacrime, ma erano lacrime di gioia.

Come poteva dire tutto ciò a Claudio. Ella aveva paura del male che potevano fare le sue parole. E perciò fingeva un suo sonno profondo. Ma non dormiva: c'era attorno al suo corpo, disteso accanto al suo, come un brivido d'ansia, un formicolio d'insonnia che si propagava fino a lei.

Ma lui non poteva resistere a quella disperata insonnia vuota. Scese dal letto e passò nel suo scrittoio. Aveva fatto così piano ed era strisciato così leggermente sul tappeto che Eleonora aveva potuto benissimo giustificare la sua continuata finzione.

Appena nello scrittoio, respirò. Lasciò accesa una sola luce, quella sulla scrivania, aprì il primo libro che gli capitò sottomano e gli sembrò che dalla non conchiusa disputa con Eleonora gli venisse come una lucidità nuova, quasi febbrile, per cui avrebbe potuto, se voleva, passare tutta la notte su quelle pagine e leggerle tutte fino all'ultima; senza stancarsi.

Invece non riusciva neppure a cogliere il senso delle prime righe che leggeva. Era illusoria questa lucidità la quale permaneva e risplendeva solo se lui la lasciava spaziare a suo piacimento e esaurirsi in sè come una vibrante ebbrezza improvvisa, ma s'annebbiava e s'oscurava appena lo costringeva su un oggetto determinato, posto di là dai suoi confini.

Essa non poteva rischiarare ora se non un pensiero nato dalla sua stessa febbre: come questo insistente ricordo della amica vagabonda che, non scacciato dianzi, si era inorgoglito così da accamparsi, dominandoli, nel silenzio e nella solitudine del suo rifugio. Ma perchè non lo scacciava neppure adesso? Perchè non si sottraeva al pericolo di indugiare più a lungo qui, solo col pensiero di lei? E non aveva paura di offendere, così, l'amore per Eleonora?

No, non era il fascinoso sorriso di Laura Bresciani, non era la sua fresca giovinezza che lo turbava: era qualche cosa di molto più vasto che si agitava intorno a lui e che la figura dell'inquieta creatura riassumeva, qualche cosa di più luminoso e chimerico che sbocciava al solo profferire il suo nome.

Non sapeva: il senso dell'eterno vagabondaggio, la vita senza restrizioni e senza confini. Trasvolata, più che vissuta, di città in città, non legata al richiamo d'una casa che aspettava o d'una passione esclusiva.

Ma, allora? Se perdersi dietro questa fantasia lo saziava e lo placava, se non osava dissipare con un impeto di volontà questo tumulto dilagante di pensieri, ben più profondo e diverso era il suo male da quell'apparenza di gelosia onde il suo stesso egoismo lo vestiva!

Perchè lui era geloso di Eleonora e forse il suo più tenace tormento nasceva soltanto dal compiuto e sicuro possesso di lei, da quella pienezza di conoscenza che aveva della creatura che amava e per la quale poteva dire non pure d'avere diviso la sua vita con lei, ma d'avere colmato di lei la sua solitudine.

Di qui il sottile veleno: dalla necessità di questo possesso sicuro, di questa conoscenza piena: necessità così imperiosa e assoluta che — per quanto lui smaniasse, quella sera — se dovesse ancora scegliere tra lo sconfinato orizzonte che balenava dietro la figura della vagabonda e si perdeva a vista d'occhio dell'anima, e il cerchio ristretto che Eleonora descriveva col suo primo respiro appena si destava al mattino, non avrebbe potuto scegliere che questo!

Ora di dove nasceva, se non dal suo più torbido egoismo, quella volontà, più alta della sua stessa chiaroveggenza, dalla quale era costretto a tormentare senza requie la donna che gli era necessaria e a colpire, nello spirito e nella carne di lei, un male che era solo dentro di lui? E perchè era inesorabile che compisse tutto questo? Chi lo aveva voluto così? Chi era?

Ma c'era sull'uscio qualcuno che non aveva sentito camminare: Eleonora.

Claudio, che fai?

Non posso dormire, Eleonora! È inutile che resti di là a farmi mordere dall'insonnia: preferisco leggere un poco, qui...

Claudio!

C'è troppa tenerezza in quella voce accorata perchè lui la osasse martoriare ancora questa povera creatura.

Claudio, ti fa male turbarti così senza ragione: lo sai. Bisogna che tu ti vinca. Ritorna con me nella nostra stanza: vedrai che t'addormenti; vedrai che ti passa.

Si lasciò ripetere due o tre volte l'invito per un curioso orgoglio puerile che ancora si agitava in lui e di sottecchi spiava, nella penombra, il candore della snella figura che la massa dei capelli, già disciolti sulle spalle, fasciava di tenebre soffici e dolci.

Se non fosse per quella venatura d'orgoglio superstite, come volentieri affonderebbe le mani in quella morbida tenebra densa e gli parrebbe di affondarle nella stessa sconfinata tenerezza di quella creatura!

Ma si abbandonò quando Eleonora d'un tratto si volse verso di lui e gli raccontò che, prima di raggiungerlo nello scrittoio, era entrata in punta di piedi nella camera di Giorgio e aveva sorpreso il piccolo con tanto d'occhi sbarrati. Allora non le mani, ma il viso, gli occhi, la bocca affondò nei capelli di Eleonora, e vi spense l'oscura domanda che le sue labbra esitavano a profferire: perchè, perchè mi hai tradito?

E rinunciò a sapere, perché non c’era niente da sapere.

Classici dell’Erotismo

Eleanor LeJune

Il Castello dei Peccati Mortali

(Versione Kindle - Versione KoboVersione Google Play)

Il Castello dei Peccati Mortali (versione iPad)

Questa è la versione erotica e profondamente modificata, anche se non nella sua struttura principale, del romanzo Il Vetro di Leng di Leyla Blanche.

La bella Delphine Baumier viene invitata da sua cugina Justine Lefèvre, dopo la morte di Alain, suo marito, a trascorrere l’estate presso il castello di Trévesson, di proprietà di suo cognato Gilbert Lefèvre.

Delphine accetta volentieri, tanto più che sua cugina gli prospetta dei giochi erotici, la passione di Delphine.

Per Delphine inizia una avventura che la porterà a contatto con il sesso più sfrenato, con l’amore e con il mistero, ma un mistero ben più antico e profondo di quello della Sposa di Trévesson, la leggenda che avvolge il castello di Trévesson. Un mistero che affonda le sue radici nei miti di Cthulhu. Possibile che ciò che aveva scritto Howard Phillips Lovecraft non fossero racconti fantastici ma pura e semplice realtà?

Un romanzo breve bello e avvincente, ricco di colpi di scena, romantico e altamente erotico.

eBook di 290 pagine di cui 102 dedicate al romanzo. Le restanti pagine servono ad illustrare opere del Self—Publish. In particolare si illustrano alcuni romanzi erotici: Lo Spettro di Eleonora Blum, Adelina La Biondina, Afrodite, Alphonsine e Henriette, Dorothée e Greta, Francesca, I Particolari della Seduzione: L'Immagine e La Parola, Julia e Florentine - Le due sorelle, La Cimiteriale, Le Avventure di una Libertina, Le Donne Turche, L'Inquietudine di Arianna, Monique e Isabelle - Le Cognate, Racconti della Notte - Il Meglio della Letteratura Erotica, Surama e Fathma - Racconti Erotici d’Oriente, Tentazioni, Tutti i racconti, Una Avventura di Viaggio, Una Avventura Inglese, Sublime Ondata di Piacere, Matrimonio senza Sesso, Arlette, Fotografia Erotica e Letteratura Erotica, Incipit Erotici, Io sogno Arlette, Le Impudiche - Portfolio di Eleanor, Portfolio di Arlette, Portfolio di Francesca, L'Immorale di Enrico Annibale Butti, Decadenza di Luigi Gualdo, Colomba di Maria Grazia Deledda, Fammi Bella di Maria Mura e Psiche di Pierre Louÿs

Di questi romanzi si fornisce la copertina, la trama e dei brani di romanzo al fine di valutare l’eventuale acquisto.

1 – Avventura in treno

Uno dopo l'altro, gli sportelli dei vagoni furono automaticamente richiusi con impeto. Nel perdermi con lo sguardo nelle ombre della pensilina, che andava allontanandosi dai confusi rumori della grande città per immergersi nel silenzio delle campagne addormentate, pensai ad una immaginaria guida, dal ferreo destino che, ormai senza rimedio, avrebbe portato via me e la mia sconosciuta compagna di viaggio nelle tenebre.

Dal treno in moto, non un rumore, non una scossa, solo un silenzio irreale. Seduta davanti a me, la giovane ragazza mostrava le gambe in una gonna stretta che copriva a malapena l’inguine. Avevo cercato di attirare il suo sguardo, in vista di una probabile conquista, sono ambivalente e mi piacciono sia gli uomini che le donne, con una preferenza per gli uomini però.

Leggeva, e da quando eravamo partiti non mi aveva mai rivolto la parola. Così, mi ero messa a studiare il senso riposto dei bizzarri ed incomprensibili geroglifici ricamati sopra la borsa da viaggio, ritta sul sedile di fronte a me, quasi a voler indovinare il carattere della sua proprietaria. Poiché vi tenevo fissi gli occhi, di tanto in tanto muovevo le labbra, come chi tenta un calcolo, e quindi alzavo le sopracciglia, come chi trova di riuscire nell'assurdo.

Quando lo sguardo correva al finestrino nel chiarore della notte illuminata dai fari, potevo scorgere un villaggio o un castello in cima ad un’altura.

Ad ogni stazione, piccoli gruppi di gente scendeva dal treno e altri ne risalivano, in un rito quasi misterioso che andava ad accrescere la mia inquietudine, senza che ve ne fosse un motivo apparente.

Pochi giorni prima avevo ricevuto una lettera di mia cugina Justine che, dopo la morte di Alain, suo marito, si era momentaneamente stabilita dal cognato, Gilbert Lefèvre.

Ripensai a quella lettera. Mia cugina mi chiedeva di trascorrere un breve periodo con lei a Trévesson, la tenuta dei Lefèvre, per diventare una sua compagna di giochi. Non specificava quali fossero questi giochi, ma io non avevo alcun dubbio sulla loro natura.

Inoltre, avevo accettato volentieri per due precisi motivi. Il primo era la leggenda che avvolgeva il castello di Trévesson: la triste storia della sposa di Trévesson. Una notte, un bracconiere nascosto nel parco del castello vide fermarsi vicino a lui una carrozza scura. Ne scesero due uomini in nero che cominciarono a scavare una fossa profonda. Dopo aver terminato, fecero scendere dalla carrozza una giovane vestita da sposa e, nonostante le lacrime della ragazza, la seppellirono viva prima di fuggire. Il bracconiere avvisò il signore di Trévesson che diede ordine di liberare immediatamente la donna. Ma i soccorsi arrivano troppo tardi e, all’alba, la sfortunata giovane era morta senza svelare il proprio segreto. Tutte le ricerche per scoprire chi fosse e perché fosse stata sepolta viva, furono vane. Non si scoprì mai il terribile segreto della sposa. Il velo e la corona della donna rimasero fino alla rivoluzione sull’altare della cappella del castello. Si dice che le ragazze che toccavano quelle reliquie trovavano marito. Inoltre, nel tempo, la leggenda si era ampliata con i racconti dei contadini di Campènèac, Augan e dintorni, che affermavano che nelle notti di luna piena lo spirito della sfortunata giovane ritornasse e camminasse nella notte, vestita di un solo velo trasparente che metteva in risalto il suo splendido corpo nudo, ammaliante come una sirena.

Il mito della Dama Bianca di Trévesson mi affascinava e in qualità di studiosa di letteratura gotica, sono laureata in letteratura e storia dell’arte, intendevo fare delle ricerche al fine di poter approfondire l’argomento.

Il secondo motivo per cui ero partita era perchè avevo nostalgia di Aurore, la figlia di Justine. Erano cinque anni che non la vedevo. Me la ricordavo ancora ragazzina, una stupenda ragazzina di tredici anni che stava sbocciando in uno splendido fiore. Doveva aver compiuto i diciotto anni e doveva, da come me l’aveva descritta Justine e da alcune foto che mi aveva mandato, essere diventata una bellissima ragazza.

Pensavo a tutto questo quando il treno fermò nella stazione di Rennes. Alzai la testa, come se volessi riscuotermi da un lunghissimo sonno e spostai le tendine per guardare la folla che si accalcava sui binari.

Mi sentii invasa da una indescrivibile gioia al pensiero di essere finalmente in Bretagna, quella terra affascinante e misteriosa che mi aveva sempre attirata e che non avevo mai avuto occasione di visitare prima.

Con curiosità osservai scendere i passeggeri per lasciarne salire altri, infreddoliti e bagnati dalla pioggia che aveva cominciato a cadere insistente. Anche la ragazza che era nel mio stesso scompartimento era scesa, lasciandomi sola.

Poco dopo, un ragazzo giovane, bello e ben vestito, entrò nello scompartimento, venendo a rompere la monotonia del viaggio.

Mi salutò, prese posto di fronte a me, mi avvolse tutta, dalla testa ai piedi, in uno sguardo scrutatore, che mi costrinse a volgere il capo, fingendo di guardare fuori dal finestrino.

Il suo sguardo era stato fin troppo esplicito. Mi aveva scrutata soffermandosi sui seni e sull’incavo del ventre. Mi domandai che grado di trasparenze avesse il mio vestito e, divertita per quel diversivo, mi augurai che nulla fosse nascosto a quello sguardo indiscreto.

Il treno riprese la sua corsa silenziosa.

Chi era lo sconosciuto? Un’idea audace mi balzò in testa. Da quando avevo letto il romanzo Emmanuelle di Emmanuelle Arsan ero tormentata dall’idea di fare all’amore in un luogo pubblico, in modo da poter essere vista da degli estranei.

Avevo il coraggio di fare ciò in quello scompartimento? Naturalmente quelli che avrebbero attraversato il corridoio del treno avrebbero visto tutto. Il giovane si sarebbe prestato alla mia voglia di avventura?

Poi, sempre in quella follia che mi stava pervadendo, una strana paura mi afferrò. Mi misi a tremare, irrigidendomi con le mani nude strette ai bracci del sedile. In quei giorni un serial killer uccideva delle donne sui treni, specialmente sui treni a lunga percorrenza. Se l'uomo avesse fatto un movimento, in quel momento, avrei gettato un urlo, poiché senz'altro avevo stabilito, nel mio smarrimento, ch'egli era un assassino e che mi doveva uccidere.

Ma il viaggiatore trasse dalla valigia un libro, vi cercò la pagina segnata, e cominciò a leggere. Allora, a poco a poco, di tra le ciglia, cautamente, mi sforzai di indovinare il titolo del volume, e quando giunsi a comporre in mente le lettere, e quando scopersi ch'era un romanzo che io conoscevo ed amavo, il cuore prese a battermi di gioia infantile, e conclusi che lo sconosciuto non era un killer e che non voleva uccidermi.

Poi, con la medesima astuzia lenta, mi studiai di osservare l'uomo, inosservata.

Egli era giovane ed elegante. Nel volto un poco abbronzato luccicavano gli occhi neri ed acuti. Aveva un profilo quasi rettilineo, volitivo. La testa era bella, la bocca pura, con labbra sensuali. Apparteneva alla razza di quelli che mai hanno lavorato e mai avrebbero lavorato. Avevo incontrato simili uomini ai bagni, ai teatri, ai concerti, ovunque s'offriva un passatempo di moda o un trattenimento per lo spirito e sempre avevo avvertito una specie d'attrazione verso questi giovani epicurei, lasciandomi cogliere dalla forma della loro cortesia, dalla scelta della loro eleganza.

Anche ora, guardando lo sconosciuto, mi fermavo all'apparenza. Non rilevava una piega amara all'angolo delle labbra, nè sul volto quella energia fosca di chi si getta ai piaceri appassionatamente, correndo l'alternativa d'uscirne per un mortale disgusto, o di non uscirne se non insieme con la vita. Pareva uno di quegli uomini, cui la donna unica può arrestare, salvare, vincere e domare col dono della propria esistenza, della verginità assoluta, con la forza d'una sincerità non attesa.

Mi accorsi che aveva cominciato a notare il destreggiare dei miei sguardi, e pur fingendo di leggere, si lasciava studiare, poi, egli stesso, con maggiore astuzia, non lasciandosi mai sorprendere, cominciò a guardarmi.

Mi guardai nello specchio dello scompartimento. I miei occhi sfolgoravano, pieni di febbre. Le labbra curve erano deliziose di colorito, un poco umide. Per tutto il volto, la stanchezza del viaggio, l’emozione del momento, l’inquietudine di ciò che poteva accadere, avevano diffusa un'ombra grave, in aperto contrasto con la mia palese giovinezza. Non ero mai stata così bella.

Ma quello che più colpì il giovane fu l’audacia dei miei abiti, trasparenti, che poco celavano del mio corpo. I seni erano ben visibili con le loro aureole irte e di colore bruno e ben visibile era, nello spacco della gonna, il vello del pube giù in basso, color notte.

Una audacia che contrastava con l’espressione del mio volto che nulla concedeva ad un facile approccio.

Lo sconosciuto ritornò al libro aperto, notando una mia occhiata, che sembrava disporsi a continuare il suo studio. In verità, il giovane attirava la mia attenzione potentemente, ed io cominciavo a farmi delle domande che non trovavano risposta. Andava a Dinard? Come si chiamava? Era ammogliato? Cercai sulle dita di lui il cerchietto d'oro, che io, puerilmente, credevo indivisibile dalle persone non più libere, ma alla mano destra, nuda, non aveva anelli.

Perchè non parlava? Perchè non tentava un approccio? Lo sconosciuto non mi parlava, non mi degnava d'uno sguardo.

Egli vestiva un abito grigio, calzava stivaletti di cuoio, aveva i piedi piccoli, e il collo della camicia era molto alto, con una cravatta enorme, di gusto inglese. La fronte di lui era ampia, con qualche sottilissima ruga, appena visibile, ma i capelli erano tutti nerissimi, naturalmente lucidi, un poco arricciati.

Solo, mi pareva ch'egli fingesse di leggere, perchè non voltava mai pagina e, a un tratto, mi avvidi con meraviglia, che non poteva leggere affatto, perchè aveva ripreso il libro capovolto. Perchè fingeva? A che cosa pensava?

In quel punto i nostri sguardi s'incontrarono, e non sapendo come reggere all'onda carezzevole di quegli occhi bruni, e sentendo d'arrossire, chinai stupidamente la testa. Quando la rialzai vidi lo sguardo del giovane fisso ai miei capelli, neri come la notte, copiosi, rutilanti sotto il raggio della lampada elettrica, la quale pendeva dall'alto della carrozza e cominciava a dar luce non contrastata dalla luce diurna.

Allora, sapendo d'agire in modo sfacciato, mi abbandonai al suo sguardo, mi ci offrii scaltramente.

Alzai il busto in modo da evidenziarlo meglio e scostai leggermente le gambe in modo da poter mettere ancora più in mostra l’interno delle cosce. Sapevo quale potere afrodisiaco avevano le mie gambe. Spesso gli uomini e le donne che mi avevano posseduta mi aveva parlato a lungo del piacere che davano a chi le guardava.

Affinchè il giovane non avesse a temere d'essere sorpreso, restai col capo inclinato, ma non così che il mio volto bianco non si vedesse, non così che i miei occhi azzurri paressero spenti e mi disposi un po’ in obliquo sul sedile, perchè tutta la linea dei fianchi acerbi risaltasse sopra lo sfondo grigiastro.

Provai un gaudio nuovo, a quella dedizione capricciosa, più forte, accorgendomi che il giovane si lasciava attirare, e mi studiava, mi ammirava con intensità, riusciva a definirmi come qualcosa di raro e di meno atteso. La curiosità di lui non era volgare e momentanea, ma doveva, certo aver risvegliato a poco a poco un sentimento, una brama di non finire così la muta avventura.

D’altronde il leggero rigonfio che potevo vedere sulla patta dei pantaloni era un segno evidente di quanto egli mi apprezzasse.

Vi fu un istante, in cui osai levare il capo, e da tutto l'atteggiamento del mio compagno di viaggio vidi evidente la certezza ch'egli si accingeva a parlare, a gettare la rete.

— Ora mi parla! — pensai.

Ma il giovane non emise un suono, si alzò, sedette accanto a me e presa la mia mano la guidò con fermezza all’interno dei suoi pantaloni.

Sorpresa, stavo per scoppiare a ridere, ma mi trattenni. In fondo mi stava capitando una di quelle avventure che avevo sempre sognato. Nondimeno, al pensiero che qualcuno avrebbe potuto vederci, sentii mozzarmi il respiro e i muscoli e i nervi mi si intrecciarono.

Mi domandai che cosa dovevo fare. Di mostrarmi indignata non ne aveva voglia, ma nemmeno volevo sembrare troppo audace. La mia mano non si muoveva, ma con il suo semplice peso, esercitava una leggera pressione sulla verga maschile che continuava a crescere nella sua dimensione.

Poi percepì la mano dell’uomo che si impadroniva di una delle mie ginocchia, ne tastava i rilievi e le curve. Ma non s'attardò lì, e risalì, con un movimento lento, lungo la coscia, oltrepassando ben presto l'orlo delle calze di seta, a cui rinunciavo solo in giornate particolarmente calde. Quando la mano toccò la mia pelle nuda, per la prima volta sussultai e tentai, inutilmente, di sfuggire al sortilegio.

La mano del giovane prese a percorrere lentamente le mie cosce nude e si attardò a carezzare la vulva nella sua pienezza, senza penetrarla. Poi cominciò a giocare con il solco delle labbra immergendosi, dapprima leggermente, tra di loro per risalire poi al clitoride in tensione.

Un gemito uscì dalle mie labbra. Con le reni inarcate, fremevo dal desiderio dello spasimo. Avrei desiderato di più, ma egli giocava con il mio corpo al ritmo e sul tono che voleva, sdegnando i seni e la bocca, non pareva volermi baciare né stringermi a sé, e rimaneva, in mezzo al piacere incompleto che dispensava, noncurante e distratto.

La sua indifferenza mi eccitava enormemente, tanto che sentii colare lungo le cosce nude gli umori della mia vagina.

Decisa a rompere quell’indifferenza, estrassi dai pantaloni il membro lungo e rigido di cui non avevo sospettato la mole.

Mi chiesi se masturbarlo con la mano o con la bocca. Conclusi che la bocca sarebbe stata più gratificante per lui, per cui optai per questa soluzione. Mi chinai su di lui, aspirai la fragranza del pene, ne saggiai i contorni con la lingua, poi, con risolutezza, me lo infilai sino in fondo alla gola, tanto che le mie labbra raggiunsero i peli ispidi del suo ventre. Poi iniziai i miei movimenti, disciplinando il loro sviluppo e la loro modulazione secondo il mio gusto, contenendo o incalzando secondo il grado della mia eccitazione, finché non fui certa di avere trovato la cadenza giusta.

Ora, il giovane aveva perso la sua aria indifferente. Teneva tra le sue mani la mia testa, ma senza pressarla o altro. Mi riconosceva la perfezione del ritmo.

Io nel frattempo avevo perfezionato la mia tecnica e al semplice su e giù delle labbra aveva unito la carezza della lingua.

Il giovane resistette a lungo mentre le mie labbra serrate salivano e scendevano lungo l’asta, senza più limitarsi ad un semplice su e giù, ma socchiudendosi, improvvisamente esperte sulla punta del glande, per poi scivolare con la lingua lungo le vene turgide di sangue che irroravano la verga, immergendosi il più basso possibile, quanto lo permetteva la profondità della mia gola, per poi risalire, con un movimento sensuale, affinché le pieghe di mobile pelle, nel cavo delle labbra fradice di saliva, ricoprissero la punta del membro, che facevano fatica a raggiungere, tanto questo si tendeva crescendo. Il glande, alle mie carezze sempre più audaci, accresceva le sue dimensioni, si arroventava e pareva ad ogni istante che dovesse esplodere.

Poi le mie mascelle cominciarono a dolermi. Stavo per concedermi un attimo di tregua quando il giovane spinse la mia testa verso il suo ventre. Non ebbi il tempo di riflettere che un denso sperma si riversò nel fondo della mia gola dandomi la sensazione di soffocare. Non potei fare altro che inghiottire quegli inesauribili zampilli che sembrava non dovessero mai esaurirsi.

Le dita del giovane sul mio clitoride si erano fatte più pressanti e quando l’ultima goccia di sperma si posò sulla mia docile lingua, mi colse un’inebriante ebbrezza ed emisi un gemito prolungato, mentre godevo senza ritegno.

Il giovane si ricompose e sempre tacendo tornò al suo posto senza più degnarmi di uno sguardo.

Mi chiesi se esserne divertita od offesa. Poi, optai per la prima ipotesi. Avevo avuto la mia prima avventura in pubblico. Mi chiesi se nel corridoio qualcuno avesse potuto vederci e rimpiansi di non averci fatto caso.

Proprio in quel momento il treno fermò e il mio amante del momento scese.

Con mia sorprese il suo posto fu preso da un giovane altrettanto bello e affascinante.

Fui divertita, sin dal primo momento, nell’osservare le astute manovre che egli mise in atto, fin dal suo arrivo, per sedersi davanti a me, provando, inizialmente, senza nessuna fortuna, di avere qualche approccio con me che mi dimostrai, forse senza nemmeno volerlo, anche troppo gelida e inaccessibile nei suoi confronti. Avevo appena fatto l’amore con uno sconosciuto e mi sentivo placata.

Persa ogni speranza, e forse anche la fiducia nelle sue capacità di seduttore, si accontentò di allungare gli occhi verso le mie gambe, che la gonna stretta mostrava sino a metà coscia, per poi, ogni tanto, guardarmi in volto alla ricerca di un segno che lo incoraggiasse a riprovare un contatto.

Non mi sono mai dispiaciuti gli sguardi di ammirazione che gli uomini, fin da quando ho compiuto quindici anni, inevitabilmente mi rivolgono. Me ne sento lusingata e, se l’uomo che mi guarda è bello, anche eccitata. Ma allo stesso tempo quegli sguardi hanno la capacità di farmi sentire in imbarazzo, e le mie guance non hanno mai smesso di tingersi di rosa acceso se mi accorgo che qualcuno prova a spogliarmi con gli occhi.

Maliziosamente, come spesso mi accade in quelle occasioni, decisi di giocare con quel giovane. Mi chiesi se dovevo allargare leggermente le gambe, ma non lo feci. Se lo avessi fatto egli avrebbe presto perso ogni attrattiva per quel sottile gioco di seduzione che stavo per mettere in atto.

Dato che eravamo soli nello scompartimento mi feci audace, con il preciso intento di scioccarlo:

— Allora, si è deciso a darsi una risposta. Ho o non ho le mutandine?

Lo vidi arrossire, ma soprattutto ammutolire. Non sapeva cosa dire, soprattutto non sapeva se interpretare le mie parole come un rimprovero o un invito.

Decisi di spingermi un po’ più avanti. Mi piegai in avanti, quasi volessi guardare le mie gambe e osservare se la gonna fosse salita troppo oltre metà cosce. In quell’atto, i capelli fini e neri come un cupo temporale, ondulosi, mi caddero in avanti.

Con gesto deciso rialzai il capo per spingerli indietro, rimetterli a posto, e il mio profilo puro, dal naso gentile, si stagliò netto contro la luce viva delle lampadine. E, con grazia, quasi impercettibile, allargai leggermente le gambe.

Per un attimo. E, in quell’attimo, percepii lo sguardo del giovane a sfiorare la parte interna delle cosce, uno sguardo così sensibile che sentii le mie labbra gonfiarsi, mi sentii ammorbidire il sesso come se quegli occhi mi tastassero.

Capii di essere stata fin troppo audace e con indifferenza chiesi:

— Sa a che ora arriveremo a Trévesson?

Farfugliò qualcosa, poi con voce più chiara e decisa chiese:

— A giudicare dall’accento non si direbbe di queste parti.

— Infatti vengo dal sud della Francia e sono diretta al castello di Trévesson.

— E cosa va a fare una ragazza bella come lei in un posto simile? Quel castello è così vecchio che può cadere a pezzi da un momento all'altro. Io sono cresciuto vicino a Trévesson, mio padre aveva una tenuta laggiù.


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